Slow In The Uptake

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‘Quelli che s’innamoran di pratica sanza scienzia, son come ‘l nocchieri ch’entra in navilio sanza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada’ (RLW § 1204).

22 January 2012 just-1-pic Leonardo da Vinci Schettino


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There’s no ordinary cat.

2 January 2012 just-1-pic gatti


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29 December 2011 just-1-pic


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(via skysignal)

19 December 2011 reblog: paigefuckingwatson-deactivated2 just-1-pic


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Pants like that.

10 December 2011 comics just-1-pic


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‘Beware of Darkness’ (di George Harrison), Eric Clapton @ ‘Concert for George’, 29.11.2002, Royal Albert Hall, Londra

Watch out now, take care
Beware of falling swingers
Dropping all around you
The pain that often mingles
In your fingertips
Beware of darkness

Watch out now, take care
Beware of the thoughts that linger
Winding up inside your head
The hopelessness around you
In the dead of night 

Beware of sadness
It can hit you
It can hurt you
Make you sore and what is more
That is not what we are here for

Watch out now, take care
Beware of soft shoe shufflers
Dancing down the sidewalks
As each unconscious sufferer
Wanders aimlessly
Beware of maya

Watch out now, take care
Beware of greedy leaders
They take you where you shouldn’t go
While weeping atlas cedars
They just wanna grow, grow and grow
Beware of darkness (beware of darkness)

[dedicato a S.]

7 December 2011 personale EC dedicato


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La perdita di qualcuno di veramente caro, che sia un umano o meno, è un evento che in qualche modo ci si prefigura per tutta la vita e che, all’arrivo, può produrre effetti inaspettati e surreali, se non misteriosi. Oltre al dolore paralizzante, devastante, oltre al dramma di dover fare i conti con l’assenza fisica, c’è il senso di colpa di sentirsi in qualche modo liberati da una scadenza sempre temuta, che nel modo peggiore ha finito di farsi attendere. E così pensi che da ora in poi, per quel qualcuno, potrai smettere di prefigurarti la perdita per il semplice fatto che hai iniziato a sperimentarla e a farci i conti laceranti, e ancora pensi, assurdamente, che la conoscenza di questa lacerazione rappresenta un vantaggio rispetto alla situazione di chi attende quella scadenza con maggiore o minore ansia, magari per non averla mai conosciuta.

Abbiamo sempre evitato di distaccarci da te. Non esisteva fine settimana o vacanza più lunga in cui non viaggiassi con noi. Se la struttura scelta per la nostra vacanza non ammetteva animali domestici, semplicemente ce ne infischiavamo ed entravi clandestinamente, nascosta o camuffata con barba e baffi finti. Ti sei spenta alle 6 del mattino del 28 novembre dopo 16 anni e mezzo di vita strettamente condivisa in famiglia e una crescente padronanza attiva dei fonemi della lingua italiana, e da tempo tentavi di comunicarci la tua sofferenza. Forse da un mese o poco più. E’ probabile che a settembre e ottobre stessi ancora bene, ma non posso dirlo con certezza. Avevi iniziato a comunicare un malessere, un’inquietudine che si facevano più chiari verso il far della sera più o meno quotidianamente, quando ti piazzavi in un punto preciso della casa, sempre lo stesso, e iniziavi a emettere miagolii diversi dai soliti. Noi stupidamente li interpretavamo il più delle volte come il vezzo comune tra i gatti di voler bere direttamente in bagno o quello di voler essere aiutata a salire sul divano e coccolata, o ancora come una protesta per il nervosismo che spesso aleggiava in casa che era per te, come normalmente per gli animali cresciuti a stretto contatto con gli amici bipedi, motivo di preoccupazione e sofferenza.

Invece si trattava principalmente, in modo più tragicamente banale o forse insieme a tutte queste cose e al risentimento per il danno arrecato alla tua calma olimpica, di dolore fisico per qualcosa di estraneo che ti cresceva nell’addome. Sia chiaro: non che non abbia pensato all’ipotesi di una ulteriore patologia. Ma semplicemente, e colpevolmente, temporeggiavo prima della visita canonica di fine anno, forse nel desiderio inconscio di rifiutare quella opzione, portato ad allontanare lo spettro di una decisione finale per me impossibile quanto una nuova anestesia, o ingenuamente a ritenere le due malattie per cui eri in cura e i rispettivi sintomi come l’unico campanello d’allarme da sorvegliare, quelle che un giorno avrebbero segnato la tua ora. Che invece, in modo beffardo come solo un gatto può essere, sarebbe dipesa da tutt’altro, pur in un quadro generalmente debilitato.

Secondo alcuni etologi è come se gli animali, e i gatti in particolare, nella tenera limitatezza delle proprie capacità cognitive e di astrazione mentale, identificassero il dolore fisico con una creatura in carne e ossa che le assedia e le domina. Da qui il bisogno di isolamento avvertito dall’animale malato, bisogno vissuto come istinto di fuga dal nemico.

“Se mi nascondo, il dolore non mi trova e io non lo sento”

Questa teoria può forse spiegare almeno in parte il fatto che molti animali malati o feriti scelgano di andare a morire in solitudine, così come la loro incredibile resistenza fisica fino a poco prima del declino e la rapidità con cui possono giungere alla morte da uno stato di relativa normalità che è soltanto apparente. Per non parlare dell’assenza di condizionamenti psicologici e cognitivi che, a differenza di quanto accade alla specie umana con lo stress mentale legato alla consapevolezza di un proprio stato patologico, impedisce la perdita di risorse vitali utili alla sopravvivenza, prolungandola. E per non parlare soprattutto, quando si tratta di un gatto, della forza della sua indole, del suo carattere, della sua personalità. Termini usati con sfumature diverse per descrivere quanto di immateriale distingue la specie umana, sicuramente inadeguati a cogliere l’arsenale spirituale felino.

La sera del tuo ricovero, poco prima che cadessi nella semincoscienza della febbre a quaranta, eravamo abbastanza casualmente a cena tutti insieme a casa, G. e G. comprese, seduti accanto a te. Tu eri più anziana di loro, avevi fatto la guardia a entrambe neonate (eri anche un gatto da guardia). Dalla poltrona, ti sei guardata intorno e ci hai guardati con gli occhi socchiusi e sfiniti, riuscendo appena a tenere la testa sollevata. Ricordo distintamente quell’ultima strizzata di palpebre ripetuta nella mia direzione e prontamente restituita, “gli occhietti”. Eravamo soliti scambiarcela per dirci che tutto andava bene. E’ stato il tuo ultimo gesto consapevole prima di far capire che volevi scendere dalla poltrona per trascinarti in un’altra stanza, al buio, dove dormivi spesso. Alzandomi da tavola per venire a vederti, ti trovavo sempre più accasciata e lontana. Se solo avessi saputo che ci rimaneva così poco tempo insieme, ovviamente non mi sarei più allontanato, così come non avrei esitato a trascorrere le tue ultime ventiquattr’ore in clinica nonostante i divieti di visita domenicale e il fatto che ti fossi ripresa grazie alla fluidoterapia.

E’ come, dunque, se avessi accettato di lasciarti andare solo quando ti fossi accertata che, malgrado i tuoi sforzi per sopravvivere stretta nella morsa di un dilemma, “avevamo capito”. Che eri riuscita a farci capire.

“E’ vero che adesso si capisce che non sto bene? Adesso posso andare…”

E’ come se, nonostante la sofferenza, avessi saputo e potuto scegliere magicamente il momento ideale per raggiungere la serenità necessaria per il congedo definitivo. Ora tutto mi parla di te ed è difficile non crogiolarsi nei ricordi dolorosi. Quando la distrazione inevitabile e indesiderata arriva, mi sento in dovere di rievocarti nei nostri piccoli, grandi rituali, nell’assurdo timore che la memoria di te possa svanire.

Grazie di tutto e perdonami, non ti dimenticherò mai.

[in alto: le ultime due foto di Serafina, scattate probabilmente il 22 novembre 2011]

1 December 2011 Serafina personale dedicato


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Torrenti e muli

Da piccolo mi chiedevo spesso perché alcuni assi viari di Messina si chiamassero “torrente”. L’ho capito più tardi con sgomento notando che quelle strade sono tutte perpendicolari al litorale e derivano dalla semplice copertura dei fiumi che scendono verso il mare dai Peloritani, costretti entro budelli sotterranei sottratti a qualunque opera di manutenzione e liberi di trovare sfogo, nel migliore dei casi, direttamente sull’arenile che fiancheggia il lungomare fino al porto, attraverso obsolete e anguste graticciole degne di una cloaca da terzo mondo. Si sono dunque coperti i corsi d’acqua un po’ come accaduto a Milano con la storica Cerchia dei Navigli. Soltanto che Milano è pianeggiante, mentre Messina, un po’ come Genova, è stretta tra mare e monti, con una maglia sostanzialmente ortogonale di edifici bassi creata dopo il terremoto del 1908 che consente di arrampicarsi fino alle frazioni collinari più sperdute. La copertura dei Navigli milanesi, avvenuta in epoca fascista e prevista fin dal Piano Beruto del 1884, venne eseguita in modo tecnicamente impeccabile e più che altro in ossequio a una concezione razionale e al tempo stesso magniloquente della città e dell’architettura dominate dall’ordine e dall’igiene. Concezione che era ostacolata dalla situazione preesistente, cui andavano sovrapponendosi le accresciute esigenze viabilistiche connesse agli avanzamenti tecnici e tecnologici. Fu solo negli anni ‘60-‘70 che si procedette al prosciugamento e definitivo riempimento dell’antico fossato medioevale nel timore di cedimenti e crolli legato alle nuove sfide dello sviluppo urbanistico. Per non parlare dell’esistenza dei canali scolmatori, previsti a Milano fin dall’epoca romana con la Vettabbia e dal Settecento con il Redefossi per scongiurare le ondate di piena dei canali principali e dei corsi d’acqua naturali circostanti. Sullo Stretto si agisce invece da sempre irresponsabilmente a prescindere dal colore della casacca degli amministratori —ho visto con i miei occhi l’allora sindaco Francantonio Genovese parcheggiare il proprio SUV in doppia fila in una strada trafficatissima della “Riviera” per andare a comprare un gelato—, spinti puramente da un demenziale bisogno di crescita legato alle esigenze del momento, ossia secondo i criteri della speculazione territoriale ed edilizia che devastano l’equilibrio idrogeologico e le risorse paesaggistiche senza alcuna seria valutazione delle conseguenze. Lontano dal centro, proprio nella frazione di Saponara in cui risiedevano tre delle vittime dell’evento alluvionale e della frana del 22 novembre, si assiste persino (o si assisteva, almeno fino a un anno fa) allo spettacolo tragico ma surreale messo in scena dal letto di una “fiumara” il cui fondo è stato simpaticamente cementificato in tutta la sua ampiezza, per centinaia di metri, con ben levigati e impermeabilissimi lastroni dagli spigoli vivi, evidentemente assemblati durante una passata stagione di secca estiva. In generale, è come se nel Messinese ci fosse una corsa folle che spinge ad asfaltare furiosamente qualunque tratto di terreno non carrabile senza distinguere tra sentieri, strade e alvei di fiumi (raramente dotati di argini) in nome non solo di una dilagante assenza di senso civico e cultura, ma anche di un malinteso e ignorante senso diffuso dell‘“efficienza” e della “pulizia”. Come se ciò che è patrimonio naturale e naturalistico fosse di per sé sporco, da censurare. E’ una situazione spesso utile ad assecondare le esigenze dell’edilizia turistica e dei proprietari di seconde case troppo pigri e pingui per lasciare una lussuosa casa, sorta generalmente in modo abusivo in attesa del prossimo comodo condono edilizio, e per andare a procacciarsi un quotidiano o la famigerata mezza con panna mattutina d’ordinanza senza stare comodamente al volante di un’auto, possibilmente altrettanto di lusso.

23 November 2011 Genovese Messina Milano Navigli SUV alluvioni meteo torrenti emergenza


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«Di Pietro si dia una calmata circa il suo no a Monti e riveda la lista delle sue priorità in collazione con le priorità del Paese: a chiunque piacerebbe che si andasse a votare a gennaio, così tutti i parlamentari non rieletti perderebbero ogni diritto pensionistico e di iniquo privilegio, ma il male minore è rischiare di pagarli, sì, immeritatamente, ma a patto che poi se ne vadano fuori dai coglioni per sempre, ma così non si può, votare con questa legge significherebbe ritrovarseli lì per un’altra legislatura, inutili, nocivi, vani e vanagloriosi, dei cretinetti che ti tirano fuori la lingua perché te l’hanno fatta di nuovo: NOOO.»

— Aldo Busi su Dagospia.

11 November 2011 Mario Monti Antonio Di Pietro parlamentari


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