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Torrenti e muli

Da piccolo mi chiedevo spesso perché alcuni assi viari di Messina si chiamassero “torrente”. L’ho capito più tardi con sgomento notando che quelle strade sono tutte perpendicolari al litorale e derivano dalla semplice copertura dei fiumi che scendono verso il mare dai Peloritani, costretti entro budelli sotterranei sottratti a qualunque opera di manutenzione e liberi di trovare sfogo, nel migliore dei casi, direttamente sull’arenile che fiancheggia il lungomare fino al porto, attraverso obsolete e anguste graticciole degne di una cloaca da terzo mondo. Si sono dunque coperti i corsi d’acqua un po’ come accaduto a Milano con la storica Cerchia dei Navigli. Soltanto che Milano è pianeggiante, mentre Messina, un po’ come Genova, è stretta tra mare e monti, con una maglia sostanzialmente ortogonale di edifici bassi creata dopo il terremoto del 1908 che consente di arrampicarsi fino alle frazioni collinari più sperdute. La copertura dei Navigli milanesi, avvenuta in epoca fascista e prevista fin dal Piano Beruto del 1884, venne eseguita in modo tecnicamente impeccabile e più che altro in ossequio a una concezione razionale e al tempo stesso magniloquente della città e dell’architettura dominate dall’ordine e dall’igiene. Concezione che era ostacolata dalla situazione preesistente, cui andavano sovrapponendosi le accresciute esigenze viabilistiche connesse agli avanzamenti tecnici e tecnologici. Fu solo negli anni ‘60-‘70 che si procedette al prosciugamento e definitivo riempimento dell’antico fossato medioevale nel timore di cedimenti e crolli legato alle nuove sfide dello sviluppo urbanistico. Per non parlare dell’esistenza dei canali scolmatori, previsti a Milano fin dall’epoca romana con la Vettabbia e dal Settecento con il Redefossi per scongiurare le ondate di piena dei canali principali e dei corsi d’acqua naturali circostanti. Sullo Stretto si agisce invece da sempre irresponsabilmente a prescindere dal colore della casacca degli amministratori —ho visto con i miei occhi l’allora sindaco Francantonio Genovese parcheggiare il proprio SUV in doppia fila in una strada trafficatissima della “Riviera” per andare a comprare un gelato—, spinti puramente da un demenziale bisogno di crescita legato alle esigenze del momento, ossia secondo i criteri della speculazione territoriale ed edilizia che devastano l’equilibrio idrogeologico e le risorse paesaggistiche senza alcuna seria valutazione delle conseguenze. Lontano dal centro, proprio nella frazione di Saponara in cui risiedevano tre delle vittime dell’evento alluvionale e della frana del 22 novembre, si assiste persino (o si assisteva, almeno fino a un anno fa) allo spettacolo tragico ma surreale messo in scena dal letto di una “fiumara” il cui fondo è stato simpaticamente cementificato in tutta la sua ampiezza, per centinaia di metri, con ben levigati e impermeabilissimi lastroni dagli spigoli vivi, evidentemente assemblati durante una passata stagione di secca estiva. In generale, è come se nel Messinese ci fosse una corsa folle che spinge ad asfaltare furiosamente qualunque tratto di terreno non carrabile senza distinguere tra sentieri, strade e alvei di fiumi (raramente dotati di argini) in nome non solo di una dilagante assenza di senso civico e cultura, ma anche di un malinteso e ignorante senso diffuso dell‘“efficienza” e della “pulizia”. Come se ciò che è patrimonio naturale e naturalistico fosse di per sé sporco, da censurare. E’ una situazione spesso utile ad assecondare le esigenze dell’edilizia turistica e dei proprietari di seconde case troppo pigri e pingui per lasciare una lussuosa casa, sorta generalmente in modo abusivo in attesa del prossimo comodo condono edilizio, e per andare a procacciarsi un quotidiano o la famigerata mezza con panna mattutina d’ordinanza senza stare comodamente al volante di un’auto, possibilmente altrettanto di lusso.

23 November 2011 Genovese Messina Milano Navigli SUV alluvioni meteo torrenti emergenza


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