Slow In The Uptake

La perdita di qualcuno di veramente caro, che sia un umano o meno, è un evento che in qualche modo ci si prefigura per tutta la vita e che, all’arrivo, può produrre effetti inaspettati e surreali, se non misteriosi. Oltre al dolore paralizzante, devastante, oltre al dramma di dover fare i conti con l’assenza fisica, c’è il senso di colpa di sentirsi in qualche modo liberati da una scadenza sempre temuta, che nel modo peggiore ha finito di farsi attendere. E così pensi che da ora in poi, per quel qualcuno, potrai smettere di prefigurarti la perdita per il semplice fatto che hai iniziato a sperimentarla e a farci i conti laceranti, e ancora pensi, assurdamente, che la conoscenza di questa lacerazione rappresenta un vantaggio rispetto alla situazione di chi attende quella scadenza con maggiore o minore ansia, magari per non averla mai conosciuta.

Abbiamo sempre evitato di distaccarci da te. Non esisteva fine settimana o vacanza più lunga in cui non viaggiassi con noi. Se la struttura scelta per la nostra vacanza non ammetteva animali domestici, semplicemente ce ne infischiavamo ed entravi clandestinamente, nascosta o camuffata con barba e baffi finti. Ti sei spenta alle 6 del mattino del 28 novembre dopo 16 anni e mezzo di vita strettamente condivisa in famiglia e una crescente padronanza attiva dei fonemi della lingua italiana, e da tempo tentavi di comunicarci la tua sofferenza. Forse da un mese o poco più. E’ probabile che a settembre e ottobre stessi ancora bene, ma non posso dirlo con certezza. Avevi iniziato a comunicare un malessere, un’inquietudine che si facevano più chiari verso il far della sera più o meno quotidianamente, quando ti piazzavi in un punto preciso della casa, sempre lo stesso, e iniziavi a emettere miagolii diversi dai soliti. Noi stupidamente li interpretavamo il più delle volte come il vezzo comune tra i gatti di voler bere direttamente in bagno o quello di voler essere aiutata a salire sul divano e coccolata, o ancora come una protesta per il nervosismo che spesso aleggiava in casa che era per te, come normalmente per gli animali cresciuti a stretto contatto con gli amici bipedi, motivo di preoccupazione e sofferenza.

Invece si trattava principalmente, in modo più tragicamente banale o forse insieme a tutte queste cose e al risentimento per il danno arrecato alla tua calma olimpica, di dolore fisico per qualcosa di estraneo che ti cresceva nell’addome. Sia chiaro: non che non abbia pensato all’ipotesi di una ulteriore patologia. Ma semplicemente, e colpevolmente, temporeggiavo prima della visita canonica di fine anno, forse nel desiderio inconscio di rifiutare quella opzione, portato ad allontanare lo spettro di una decisione finale per me impossibile quanto una nuova anestesia, o ingenuamente a ritenere le due malattie per cui eri in cura e i rispettivi sintomi come l’unico campanello d’allarme da sorvegliare, quelle che un giorno avrebbero segnato la tua ora. Che invece, in modo beffardo come solo un gatto può essere, sarebbe dipesa da tutt’altro, pur in un quadro generalmente debilitato.

Secondo alcuni etologi è come se gli animali, e i gatti in particolare, nella tenera limitatezza delle proprie capacità cognitive e di astrazione mentale, identificassero il dolore fisico con una creatura in carne e ossa che le assedia e le domina. Da qui il bisogno di isolamento avvertito dall’animale malato, bisogno vissuto come istinto di fuga dal nemico.

"Se mi nascondo, il dolore non mi trova e io non lo sento”

Questa teoria può forse spiegare almeno in parte il fatto che molti animali malati o feriti scelgano di andare a morire in solitudine, così come la loro incredibile resistenza fisica fino a poco prima del declino e la rapidità con cui possono giungere alla morte da uno stato di relativa normalità che è soltanto apparente. Per non parlare dell’assenza di condizionamenti psicologici e cognitivi che, a differenza di quanto accade alla specie umana con lo stress mentale legato alla consapevolezza di un proprio stato patologico, impedisce la perdita di risorse vitali utili alla sopravvivenza, prolungandola. E per non parlare soprattutto, quando si tratta di un gatto, della forza della sua indole, del suo carattere, della sua personalità. Termini usati con sfumature diverse per descrivere quanto di immateriale distingue la specie umana, sicuramente inadeguati a cogliere l’arsenale spirituale felino.

La sera del tuo ricovero, poco prima che cadessi nella semincoscienza della febbre a quaranta, eravamo abbastanza casualmente a cena tutti insieme a casa, G. e G. comprese, seduti accanto a te. Tu eri più anziana di loro, avevi fatto la guardia a entrambe neonate (eri anche un gatto da guardia). Dalla poltrona, ti sei guardata intorno e ci hai guardati con gli occhi socchiusi e sfiniti, riuscendo appena a tenere la testa sollevata. Ricordo distintamente quell’ultima strizzata di palpebre ripetuta nella mia direzione e prontamente restituita, “gli occhietti”. Eravamo soliti scambiarcela per dirci che tutto andava bene. E’ stato il tuo ultimo gesto consapevole prima di far capire che volevi scendere dalla poltrona per trascinarti in un’altra stanza, al buio, dove dormivi spesso. Alzandomi da tavola per venire a vederti, ti trovavo sempre più accasciata e lontana. Se solo avessi saputo che ci rimaneva così poco tempo insieme, ovviamente non mi sarei più allontanato, così come non avrei esitato a trascorrere le tue ultime ventiquattr’ore in clinica nonostante i divieti di visita domenicale e il fatto che ti fossi ripresa grazie alla fluidoterapia.

E’ come, dunque, se avessi accettato di lasciarti andare solo quando ti fossi accertata che, malgrado i tuoi sforzi per sopravvivere stretta nella morsa di un dilemma, “avevamo capito”. Che eri riuscita a farci capire.

"E’ vero che adesso si capisce che non sto bene? Adesso posso andare…"

E’ come se, nonostante la sofferenza, avessi saputo e potuto scegliere magicamente il momento ideale per raggiungere la serenità necessaria per il congedo definitivo. Ora tutto mi parla di te ed è difficile non crogiolarsi nei ricordi dolorosi. Quando la distrazione inevitabile e indesiderata arriva, mi sento in dovere di rievocarti nei nostri piccoli, grandi rituali, nell’assurdo timore che la memoria di te possa svanire.

Grazie di tutto e perdonami, non ti dimenticherò mai.

[in alto: le ultime due foto di Serafina, scattate probabilmente il 22 novembre 2011]

1 December 2011 Serafina personale dedicato


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